23 luglio 2014

Vitamina D e cancro


Vitamina D e cancro
L’estate volge al termine e ci incamminiamo nel lungo inverno della carenza di vitamina D.

La vitamina D in realtà non è nemmeno una vitamina nel senso stretto del termine, ma è un potentissimo ormone steroide che viene prodotto quando la nosta pelle viene colpita da una quantità adeguata di luce solare ultravioletta, ad una lunghezza d’onda di 290-315 nanometri e viene poi attivato a livello del fegato e dei reni.
Oggi siamo sempre meno esposti alla luce solare, soprattutto in inverno. La nostra vita scorre quasi tutta in luoghi chiusi (case, uffici, negozi, automobili) e ogni qualvolta ci esponiamo al sole stiamo attentissimi a proteggerci con filtri solari sempre più selettivi, soprattutto per il diffuso timore che l’esposizione al sole sia pericolosa.
Gli studi dimostrano che la carenza di vi tamina D è collegata ad una maggiore incidenza di cancro (soprattutto seno, polmone, colon e prostata), attacchi cardiaci,ipertensione arteriosa, ictus, diabete, sclerosi multipla, malattie autoimmu ni, depressione stagionale e altri disturbi mentali, morbo di Alzheimer, osteoporosi, dolori cronici muscolari e articolari, influenza e raffreddori, asma, stanchezza cronica.
La Vitamina D accelera la guarigione dei tessuti, ed avendo un effetto antiproliferativo riduce il rischio di degenerazione neoplastica, regola l’apoptosi e la differenziazione cellulare.
Negli Stati Uniti si e’ visto che l’integrazione di 1000 unità internazionali al giorno di vitamina D riduce la mortalità per cancro nel 9% delle donne e nel 7% degli uomini.
In uno studio pubblicato nel 2007 sull’ American Journal of Clinical Nutrition le donne in postmenopausa che avevano assunto calcio e vitamina D avevano registrato una diminuzione del 77% del rischio di sviluppare cancro. Per ogni aumento di 10 ng/ml di vitamina D nel sangue, il rischio relativo di cancro è crollato del 35%.
Secondo l’American Cancer Society il cancro al seno e’ la seconda causa di morte nelle donne degli Stati Uniti. Il tasso di questo tumore e’ più alto nelle donne bianche dopo i quarant’anni ed e’ elevato nelle donne nere al di sotto dei 40 anni. Queste ultime hanno anche maggior probabilità di morire di cancro al seno ad ogni età. I tessuti del seno hanno recettori della vitamina D, quindi risentono abbastanza del tasso di vitamina D disponibile.
La vitamina D agisce sui tumori interferendo nella costituzione dei vasi sanguigni che li alimentano. Le donne che hanno livello ematico di vitamina D più basso di 20 ng/ml possono avere un’incidenza di cancro al seno maggiore del 50%; d’altro canto l’attualefabbisogno medio (R.D.) di vitamina D è insufficiente per aumentare i livelli fino a 30 ng/ml.
I livelli bassi di vitamina D (al di sotto dei 20 ng/ml) sono associati ad un aumento del rischio di cancro del colon dal 20 al 50%. Una metanalisi ha evidenziato che livelli ematici di vitamina D sui 33 ng/ml sono associati ad una diminuzione del 50% del rischio di cancro al colon rispetto a livelli di 12 ng/ml.
Per quanto riguarda l’apparato cardiovascolare l’Healt Professoional Follow Up Studyl ha raccolti campioni di sangue di oltre 51.000 mila operatori sanitari di sesso maschile che nel 1986 avevano tra i 40 e 75 anni, ha evidenziato che chi aveva una carenza di vitamina D (con livelli inferiori di 15 ng/ml) ha avuto il 242% di possibilità in più di avere un attacco di cuore rispetto a chi aveva livelli di almeno 30 ng/ml.
La carenza di vitamina D è oggi universale e colpisce la quasi totalità della popolazione, specie nei paesi al di sopra del 35° parallelo come l’Italia. Maggiore e’ la latitudine, meno efficaci i raggi ultravioletti nel produrre la vitamina.
Alle nostre latitudini da novembre a marzo i raggi UV non sono in grado di produrre la vitamina. Una crema solare con fattore di protezione 8 abbatte fino al 92% la produzione di vitamina D, un fattore di protezione 15 fino al 99%.
D’altro canto le persone che passano molto tempo ad abbronzarsi producono piu’ melanina sulla pelle e quindi hanno una ridotta capacita’ di convertire la luce solare in vitamina D.
Per usufruire del sole in modo sicuro bisogna attenersi alla seguente regola: esporre il 25% della pelle (mani, braccia e parte inferiore delle gambe)per un periodo di tempo che va dal 25 al 50% del tempo che si presume sia necessario alla pelle per arrossarsi.
Perciò se non vivete ai Tropici e se non passate la maggior parte delle vostre giornate nudi sotto il sole è pressoché impossibile cha il vostro organismo produca abbastanza vitamina D per tutte le sue necessità e di venta quindi necessario assumerla come supplemento.
In effetti per assumere almeno 1000 unità internazionali (UI) bisognerebbe bere 10 bicchieri di latte da 240 ml l’uno.
Nella nostra popolazione vi e’ un epidemia di carenza di vitamina D; meno del 5% raggiungono un livello nel sangue di 40-50 ng/ml oggi considerati ideali, mentre la maggior parte è collocata fra i 5 ed i 20 ng/ml. Ossia livelli già bassi anche per gli obsoleti range di normalità nei nostri laboratori che erano basati sul minimo di 20 ng/ml per scongiurare il rachitismo. Si è valutato inoltre che tra il 40 e il 100% delle persone anziane sia carente di vitamina D.
La pratica ha dimostrato che per raggiungere i 50 ng/ mi sono necessari almeno 5000 UI al giorno di vitamina D3, contro una RDA di 600-800 UI. La somministrazione di queste quantità è però consigliata solo sotto controllo medico mentre per i soggetti che non effettuano controlli ematici è bene non superare le 2000 UI giornaliere.
L’eccesso di vitamina D è in realtà assai più raro di quanto si pensasse e valori ematici fino a 100 ng/ml non creano alcun problema. Il problema è quindi solo quello di non averne abbastanza.
Prof.Massimo Fioranelli

Direttore Scientifico ARTOI

Direttore “Centro Studi Scienze della vita”,
Università “G. Marconi” – Roma

09 luglio 2014

La dieta scritta nel Dna del pr Giuseppe Di Fede


dna


La soluzione a diete inconcludenti è scritta nel vostro Dna. Grazie allo studio approfondito dei geni coinvolti nel metabolismo e preferenze alimentari, è possibile elaborare piani nutrizionali personalizzati molto più efficaci nella perdita di peso, ma anche nella prevenzione di malattie come l’ipertensione, la depressione e il cancro. Studiare il genoma umano permette di aprire nuove possibilità per lo sviluppo di diete personalizzate e di alimenti funzionali, che migliorano la salute delle persone e quindi la loro qualità di vita.
Questo è quanto emerge dallo studio dei ricercatori dell’Università di Trieste e dell’Irccs Burlo Garofolo, l’istituto per la salute materno infantile triestino, presentato alla conferenza annuale della European Society of Human Genetics (Eshg).
I ricercatori friulani hanno iniziato il progetto Genome Wide Association Studies (Gwas) proprio per cercare di svelare le basi genetiche di alcune preferenze alimentari. Lo studio ha coinvolto 2311 italiani, e 1.755 persone, provenienti da diversi paesi europei e dell’Asia centrale, chiamate in seguito per verificare ulteriormente i risultati. I nostri studi saranno importanti per comprendere l’interazione tra l’ambiente, gli stili di vita e il genoma nel determinare lo stato di salute di una persona.
La ‘dieta genetica’ o meglio la Nutrigenomica si può adattare alle preferenze alimentari individuali e consente di ottimizzare il lavoro del metabolismo, per ottenere il meglio dai cibi che mangiamo. Inoltre, è semplice da seguire, perché ricordare i cibi che si amano di più o di meno, è più facile.
Lo studio della Nutrizione legato all’attività genetica, da dieci anni ormai, impegna lo staff dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano, in collaborazione con L’Istituto di Medicina Genetica Preventiva Personalizzata, sempre di Milano. L’interazione gene e alimenti, interessa sia i ricercatori che i medici nutrizionisti, per creare soluzioni adeguate e personalizzate ai bisogni individuali. Il raggiungimento del risultato è in funzione di una buona aderenza alle indicazioni che fornirà lo specialista, seguendo le indicazioni del test genetico.
Ancora, in un recente studio, i ricercatori dell’Università di Trieste hanno personalizzato la dieta di 191 persone obese divise in due gruppi, 87 in un gruppo di prova e 104 in un gruppo di controllo in base alla conoscenza di alcuni geni. La dieta è quindi stata formulata in base ai singoli profili genetici , mantenendo l’apporto calorico complessivo, uguale per tutti. In due anni, le persone che avevano seguito la dieta genetica, anche se all’inizio dello studio non vi erano differenze significative per età, sesso e indice di massa corporea tra i due gruppi, avevano perso il 33% in più di peso rispetto al gruppo di controllo, e la loro percentuale di massa magra era aumentata di più rispetto agli altri.

01 luglio 2014

Zonulina e Leaky gut Syndrome (aumentata permeabilità intestinale)


a cura del dott Mario Mauro Amato

Il tratto gastrointestinale è composto da cellule che sono strettamente disposte e connesse da giunture ben serrate. Il tratto digestivo si infiamma come risultato di una cattiva digestione, stress elevato e molti altri fattori. Questa infiammazione compromette le giunture, permettendo a particelle di cibo indigerito, tossine e batteri di entrare nel circolo sanguigno. Una volta che queste particelle di cibo vengono assorbite, il sistema immunitario reagisce ed inizia ad attacarle poiché le considera come sconosciute e quindi una minaccia. Questo crea un circolo vizioso che genera altra infiammazione e che a sua volta promuove ulteriore permeabilità intestinale.
Questa condizione richiede solitamente anni per svilupparsi. Come il tratto gastrointestinale si danneggia, le cellule perdono la capacità di digerire il cibo a causa di una carenza enzimatica. E questo nel tempo può portare a malnutrizione, infiammazione, sovracrescita di funghi e batteri, intolleranze alimentari ed un sistema immunitario iperattivo.
Come misurare la permeabilità intestinale?
Zonulina
La zonulina è una proteina che regola la permeabilità dell’intestino. Gli anticorpi contro la zonulina indicano che la normale regolazione delle giunture è compromessa.
La zonulina è una proteina che modula le giunzioni strette degli enterociti, le cellule che costituiscono la parete intestinale. Essa si lega a uno specifico recettore dell’epitelio della superficie intestinale e innesca una cascata di reazioni biochimiche che creano un disassemblamento delle cellule epiteliali con un conseguente aumento della permeabilità intestinale.
Ciò fa sì che alcune sostanze passino attraverso l’epitelio stesso scatenando nel tessuto linfoide sottostante una serie di reazioni immunitarie.
La Zonulina è misurabile nel siero del soggetto attraverso un semplice prelievo di sangue.
Le persone con alti livelli di zonulina, quindi con aumentata permeabilità dell’intestino, presentano spesso disturbi intestinali riconducibili alle tipiche reazioni immunitarie come ad esempio intolleranze e allergie alimentari.
Sappiamo che i due principali fattori scatenanti della zonulina sono il glutine ed i batteri nel piccolo intestino. Quindi una SIBO(overgrowth batterico del piccolo intestino)non curata, un overgrowth di candida o la presenza di parassiti possono rappresentare una minaccia per l’intestino con possibile sviluppo di permeabilità intestinale.
In un articolo della rivista medica Diabetes, gli autori scrivono:
abbiamo recentemente scoperto una nuova proteina, la zonulina, che modula la permeabilità intestinale smantellando le strette giunture intercellulari (sapone et al 2006) – questa proteina, quando alterata, sembra avere un ruolo chiave nella patogenesi delle malattie autoimmuni.
http://www.centrodimedicinabiologica.it/ 

09 giugno 2014

OLIO DI SEMI DI CANAPA

L’olio di semi di canapa è un alimento che si ricava per spremitura a freddo dei frutti della pianta di Cannabis Sativa che lo contengono in percentuali vicine al 30%.
L’olio di canapa è particolarmente ricco di acidi grassi essenziali polinsaturi della famiglia omega.
il rapporto tra omega 6 e omega 3 nell’olio di canapa è di 3 a 1 rispettivamente, e proprio questo è il rapporto consigliato e confermato dalle ricerche mediche per l’assunzione degli acidi grassi essenziali.
La conclusione di tali ricerche evidenzia che un basso rapporto degli acidi grassi omega 6 / omega 3 è desiderabile per attenuare le complicanze  delle malattie cronico – degenerative.
Oltre all’omega 3 e all’omega 6, l’olio di canapa contiene anche la famiglia dei tocoferoli (vitamina E) che sono antiossidanti naturali, nonché i fitosteroli, vitamine e minerali.
L’olio di canapa rappresenta un rimedio basilare, cioè un alimento, che per sua natura può ottimizzare la risposta del sistema immunitario come prevenzione ma anche nella cura di patologie e disturbi che dipendono da squilibri nella omeostasi metabolica ed alterazioni funzionali del sistema immunitario.
L’olio di canapa può essere considerato un “vaccino” nutrizionale, nel senso che, ha tutti gli effetti di un alimento protettivo introducendolo quotidianamente nella dieta.
L’olio di canapa ha un odore ed un sapore gradevole e può essere utilizzato per condire l’insalata, la pasta ed essere sostituito nell’ uso quotidiano agli altri olii di semi.
Il mondo scientifico ammette la straordinaria importanza del consumo adeguato degli acidi grassi essenziali e la ricerca è ancora in continuo sviluppo.
Da uno studio randomizzato in cieco, con l’assunzione dell’olio di semi di canapa, per quattro settimane, in pazienti affetti da dermatite atopica, si è avuto un miglioramento dei sintomi clinici della malattia. Tali risultati sembrerebbero legati al giusto rapporto tra gli acidi grassi essenziali in questo olio.
Con riguardo alle malattie cardiovascolari:
Da studi più recenti, è risultato che la somministrazione dell’olio di semi di canapa:
• Abbassa i livelli ematici di colesterolo non HDL.
• Abbassa i livelli ematici dei trigliceridi.
• Diminuisce il grado di aggregazione piastrinica.
• E’ un agente cardioprotettore dopo un danno al miocardio.
Con l’uso quotidiano di olio di canapa possiamo prevenire in buona parte la progressione di aterosclerosi, agendo direttamente sui fattori di rischio, mantenendo più elastiche le pareti dei vasi senza avere effetti collaterali; se invece è già in atto la terapia con farmaci, l’olio di canapa può dare ulteriore miglioramento del quadro clinico, sempre consultando il medico curante.
L’apporto giornaliero può variare da 1 cucchiaino da tè per la prevenzione a 1 cucchiaio da tavola per due tre volte al giorno come terapia di attacco, seguendo sempre le istruzioni del medico curante nei casi gravi, per avere la risposta ottimale.
La maggior parte degli olii vegetali non contiene il rapporto ottimale di omega 6 e di omega 3 e tende a promuovere l’accumulo di prodotti intermedi che ostacolano il metabolismo degli acidi grassi. L’olio di semi di canapa, al contrario, è correttamente equilibrato e non promuove accumulo di prodotti metabolici.
Si riportano di seguito anche alcune delle proprietà cosmetiche e dei benefici dell’olio di semi di canapa:
  • Contiene elevati livelli di Acidi Grassi Essenziali e Vitamina E
  • Non è untuoso
  • Assorbimento rapido
  • Molto fluido è un ottimo veicolo per altri principi attivi
  • Protegge la pelle dai fattori esterni che causano l'invecchiamento.
  • Idrata e dona morbidezza ed elasticità alla pelle.
  • Rivitalizza e ridà splendore ai capelli sfibrati.
  • Riduce la fragilità delle unghie.
Per queste caratteristiche l'olio di canapa si stà affermando come il prodotto naturale più efficace per combattere il deterioramento e l'invecchiamento della pelle.
  
La tabella riporta le composizioni medie per 100 gr. di prodotto.

Componente
Seme intero di canapa
Seme decorticato di canapa
Olio di semi di canapa
Farina di semi di canapa
Energia
500 kcal
560 kcal
724 kcal
385  cal
Proteine
23 g
33g
0 g
33 g
Totale grassi
31 g
44 g
99,9 g
7 g
Grassi saturi
3 g
15 g
9,7 g
0,7 g
Grassi insaturi
28 g
39 g
90,2 g
6,3 g
Carboidrati
34 g
12 g
0 g
44,5 g
Fibra
30 g
7 g
n/a
n/a
Zuccheri
2 g
7 g
n/a
n/a
Ceneri
6 g
6 g
0 g
7,3 g
Colesterolo
0 g
0 g
0 g
0 g
Minerali:




Calcio
75 mg
12 mg
n/a
200 mg
Ferro
5 mg
3 mg
n/a
23 mg
Sodio
8 mg
1,5 mg
n/a
15 mg

07 giugno 2014

Piccola storia, cultura e coltura in Sicilia dei grani Scritto da Francesco Schifano

GranoSiciliano 3Gangi: ricostruzione storica di un campo di grano
  













  




Nessun'altra pianta come il frumento ha influenzato la storia dell’uomo, dal neolitico fino ai giorni nostri, condizionando talmente  le sue azioni e segnando profondamente gli  eventi che hanno portato all’attuale assetto  della geografia sociale e politica di vaste aree  del pianeta. Tutte queste convergenze storiche, tra uomo e frumento, si posso intuire  nei significati che il primo ha attributo a  quest'ultimo, in termini di soddisfazione di necessità primaria per il suo sostentamento  materiale, si potrebbe infatti sostenere che:  “non ci sarebbe stata storia dell’uomo senza frumento, ne storia del frumento senza l’uomo”.
GranoSiciliano 7Roccapalumba: antica macinaDiecimila anni fa l’uomo ha iniziato ad addomesticare le piante che gli servivano come sostentamento: nacque così l’agricoltura, una delle prime fu proprio il frumento. La sua importanza per l’evoluzione del genere umano è testimoniata dalle credenze popolari degli antichi popoli che lo ritenevano un dono degli dei. L’illustre botanico Bertolino studiò sulle origini del grano e si sbilanciò a favore dell’origine siciliana, confortato da citazioni nell’Odissea e dal fatto di averlo trovato spontaneamente sull'isola. Dopo l’ultima glaciazione, avvenuta 13.000 anni fa alla fine del paleolitico, la temperatura comincio a elevarsi fino a stabilizzarsi nel continente euroasiatico, determinando una forte emigrazione umana in zone più fertili, vocate all’agricoltura ed in particolare alla coltivazione del grano. L’insediamento interessò una parte molto rigogliosa: “la mezza luna fertile”, questo territorio si estende dalla penisola del Sinai, costeggiando tutto il Mediterraneo. Questa estesa zona presenta una vasta gamma di situazioni metereologiche che sono adatte alla vita di numerose specie vegetali, determinante per l’agricoltura fu la presenza di molte specie spontanee di graminacee, come il grano, che determinò un aumento della popolazione e della sua coltivazione. Esso passò quindi dall’Egitto in Libia e da qui in tutta la costa africana settentrionale, arrivando anche in Sicilia.


GranoSiciliano 4Erice: semola per couscousIn Sicilia, si hanno notizie indirette di coltivazioni di frumento da reperti archeologici datati 7300-6500 a.c dove sono stati trovati paglia e cariossidi carbonizzate. Anche le sacre scritture parlano del grano, basti pensare alla parola “bet-leheni” che vuol dire casa del pane. Anche il mondo dei romani e greci ha parlato del grano, la dea greca Demetraebbe una figlia da Zeus,PerseforaPersefora da ragazza venne rapita e si dice che Demetra, per la gioia di aver ritrovato sua figlia fece germinare il grano.Demetra fu adottata dai romani con il nome Cerere (da cui il termine cereale). LaSicilia divenne un vero e proprio granaio che i greci sfruttarono dopo aver cacciato i siculi. Nell'antica Roma le città erano formate da grandi masse popolari, gli approvvigionamenti di frumento erano assicurati dalle colonie, in particolare da quelle delle coste mediterranee, che rappresentavano il vero granaio dell’impero. Con l’invasione di queste coste a opera dei vandali, l’impero non poteva più contare sulle scorte di grano e questo segnò un calo demografico, molte terre coltivate a frumento vennero abbandonate e nel corso dei secoli si degradarono, finì così il sistema agrario romano, l’uomo entrò cupamente nel medioevo.
Tra VIII e XIII secolo si ebbe un notevole incremento dell’agricoltura, sull’orma di questi eventi rifiorirono i commerci di grano. La coltura del grano tornò ad avere importanza a partire dalla metà del quattrocento, allorchè la popolazione cominciò a ricrescere vertiginosamente, essa vide poi una particolare fioritura tra la fine del '700 e gli inizi dell’800. Arthur Young studiò molto le varietà più basse, rispetto a quelle più alte, anche fino a un metro di altezza in quanto grazie al processo di meccanizzazione, con l’invenzione della prima trebbiatrice del 1809, si riscontrarono dei problemi, poi ricomparsi nell'agricoltura moderna.


GranoSiciliano 2Buseto Palizzolo: trecce con spighe di TumminiaL’uomo, anche attraverso l’arte, ha dato valore al frumento facendolo diventare il principale sfondo e paesaggio nei suoi dipinti, introducendolo anche nella vita quotidiana ed economica, raffigurandolo nelle monete. Il frumento non ha tracciato solo la storia dell’uomo, ma ha tracciato, e traccia ancora oggi, l'ambiente paesaggistico del nostro territorio. In tutto il mondo e in tutte le riviste laSicilia viene identificata con una calda colorazione del paesaggio e il giallo brillante su intere colline, della senape selvatica in fiore e il giallo pastello a fine maggio. Quindi il grano è anche considerato come un marchio che identifica la Sicilia. La nostra isola è famosa per gli itineranti artistici di città in città, di paese in paese, ovunque si può trovare un’ attrattiva, che sia un palazzo o un rudere, ma il paesaggio predominante è senza dubbio quello plasmato dalla coltura (e cultura) del grano nelle diverse aree della Sicilia. Il nostro paesaggio cerealicolo si estende per circa 320.000 ettari, con una distribuzione territoriale alquanto diversificata, per varietà ed epoca di semina. Nella Sicilia centrale (Palermo-Caltanissetta) essa è caratterizzata da colline medio-alte con semina tardiva, qui si registrano in media le produzioni più elevate, con punte di 60/70 q/he. Nelle zone marginali costiere (Agrigento-Ragusa-Catania), si trovano terreni di bassa collina in cui la produzione si aggira intorno ai 15-20 q/he.
GranoSiciliano 6Palermo: cariossidi di Tumminia o TimiliaFra le varietà di grano coltivate in Sicilia spiccano ilSimeto, seguito da specie autoctone e importanti perchè antiche come il Russello e laTimilia, che oggi contano un comprensorio di coltivazione in tutta la Sicilia di soli circa 200 he. I grani antichi siciliani, sono il patrimonio genetico appartenente alla biodiversità mediterranea e frutto della selezione fatta dai contadini in novemila anni di storia. La loro coltivazione è stata abbandonata per decenni, soppiantata da nuovi grani modificati. Tutto iniziò quando il grano fu nanizzato, poichè c’era la necessità da parte delle industrie chimiche di piazzare il nitrato di ammonio, ma anche delle industrie meccaniche di vendere le nuove macchine per la raccolta della granella. Un’altro motivo della causa della scomparsa e abbandono dei grani siciliani è stato quello di togliere il diritto di semina al contadino, diffondendo grani sempre più iperproteici, che il nostro intestino non riesce a digerire, presumibilmente dando così origine alla intolleranze oggi così diffuse. Ma il motivo principale è stato quello della resa della granella, in quanto i grani antichi producono il 50% in meno rispetto alle varietà moderne, 20 q/he invece di 40-50 q/he, ed anche il suo prezzo sul mercato, in quanto un chilogrammo di pasta con grano antico siciliano costa 5€ al chilo, mentre 1 kg di pasta con grano moderno costa 90 centesimi, trascurando però il rapporto qualità-prezzo. Le differenze tra i grani siciliani antichi e quelli moderni si riscontrano in diversi settori: botanico e agronomico.

GranoSiciliano 5Palermo: cariossidi di RusselloUno dei grani siciliani coltivato nella provincia diTrapani-Ragusa-Siracusa è il “Russello”, esso si presenta con foglie verde scuro e margini scabri, con guaine verdi e sfumature rosee, la paglia è di un giallo scuro, molto rigida con l’ultimo internodo semi pieno. La spiga, fusiforme semi densa, è molto fragile, ciò crea problemi durante la raccolta con la dispersione della granella nel terreno a causa del forte impatto della barra di taglio della mietitrebbia. L'altezza della spiga si aggira intorno al metro e mezzo, con la granella più grande di due volte rispetto ad un grano moderno. La cariosside è lunga, più o meno gibbosa con una struttura vitrea. Il Russello è una specie mediterranea non molto produttiva e resistente alla ruggine, al mal del piede ed al carbone. I parametri di misura del Russello determinano dei punti morti nella raccolta ovvero: durante la mietitura a causa della sua altezza le spighe si accavallano negli spartitori della barra di taglio, provocando uno stipamento nella raccolta e nel nastro trasportatore, un’altro problema si riscontra nel processo di trebbiatura, con le cariossidi molto grandi avviene un intasamento periodico dei crivelli del gruppo trebbiante.

GranoSiciliano 8Castelvetrano: una moderna selezionatrice otticaIl “Simeto” è una specie moderna introdotta nella nostra cerealicoltura. Si presenta con un altezza generalmente compresa tra 70-100 cm che facilita la meccanizzazione, evitando i problemi elencati precedentemente con ilRussello. Le foglie sono generalmente di colore verde e ricoperte da una peluria biancastra. Le spighe sono molto regolari, a forma di barca e hanno un colore giallo oro. La granella è molto attaccata alle glume, ciò evita dispersioni, come invece accade nel Russello. Infine le cariossidi sono state modificate geneticamente, dandogli una forma perfetta, per evitare intasamenti nel gruppo trebbiante. Il culmo presenta molti internodi vuoti, ed essi sono molto flessibili, questa è un’altra caratteristica che evita problemi durante la meccanizzazione, sia nella trebbiatura che nel processo di impallo della paglia.

GranoSiciliano 9Palermo: farina di Russello molita a pietraIl Russello, come tutti i grani antichi siciliani, è considerato a semina tardiva (febbraio-marzo), a cui l’ agricoltore è spesso obbligato a causa di autunni troppo irregolari, ovvero piovosi, che ritardano la regolare semina dei frumenti moderni (ottobre-novembre), come nel caso delSimeto. Per il controllo delle infestanti, nel caso della specie antica del Russello,non è necessario nessun intervento in quanto l’epoca di semina tardiva permette un ottimo contenimento e la sua altezza elevata evita anche la radiazione solare più bassa, che di solito favorisce la germinazione delle infestanti. Per quando riguarda le specie moderne, a causa del periodo di messa a dimora del seme e della sue basse altezze, non abbiamo un controllo naturale delle infestanti, quindi bisogna intervenire con dei trattamenti, per non ridurre le rese produttive. Queste azioni di diserbo con agrofarmaci compromettono le caratteristiche qualitative del grano e conseguentemente della farina da esso prodotta. Queste serie periodiche di interventi vanno inoltre ad intaccare anche il bilancio aziendale, gli agrofarmaci hanno infatti un costo elevato e rappresentano circa il 50% delle spese che l’azienda agricola deve affrontare per la salvaguardia del raccolto di grano moderno. Nel processo di concimazione molti studi hanno portato alla luce come il Russello non richieda grandi quantità di azoto, rispetto al Simeto, che per crescere e avere ottime rese ha un fabbisogno nutritivo molto più elevato. Riducendo la concimazione di azoto si riduce anche l’impatto ambientale, ovvero l’inquinamento delle falde acquifere, da ciò si può dedurre come il Russello sia una varietà di grano che ha tutti i requisiti di una vera e propria coltivazione biologica, sia in campo che sulla tavola.

GranoSiciliano 1Buseto Palizzolo: pasta fresca estrusa a manoCome visto in questo articolo, il grano riveste un ruolo centrale nel mondo agricolo e nella vita umana, ma soprattutto i grani antichi, che sono il patrimonio e la storia vera a propria dellaSicilia, i quali devono essere tutelati. Una loro reintroduzione sarebbe di particolare interesse e ricaduta economica del territorio, connesso alla salvaguardia delle tradizioni del mondo rurale siciliano, stimolerebbe inoltre le popolazioni a non abbandonare l’ambiente rurale, con addirittura la creazione di nuove figure professionali. Il presente scritto ha richiesto la conduzione di indagini dirette sul territorio di Roccapalumba ed un contatto più stretto con gli agricoltori locali più conservatori, in particolare uno dei più grandi e antichi uomini di esperienza nel mondo della cerealicoltura roccapalumbese: il Sig.Saverio Nicosi, che ne ha fatto del grano e della tradizione parte della sua vita, il quale ancora oggi coltiva e cura con amore insieme ai due suoi figli, queste persone rappresentano una memoria storica che nessun libro ci potrà mai insegnare.

Alcune parti dell'articolo sono state elaborate basandosi sul libro: "I frumenti siciliani" di Ugo De Cillis e sul contributo storico della memoria del Sig. Saverio Nicosi di Roccapalumba.

Digiunare per resistere meglio alla chemioterapia

La privazione temporanea di cibo fa calare il numero di cellule immunitarie del sangue come i globuli bianchi, che ritornano a livelli normali quando si ricomincia a mangiare. Un nuovo studio ha dimostrato che questo fenomeno, scoperto nei topi, consente ai malati di tumore di resistere meglio agli effetti collaterali della chemioterapia che colpiscono in particolare il sistema immunitario 


Un periodo di digiuno può indurre un maggiore ricambio delle cellule staminali nel sangue, aiutando il sistema immunitario a resistere agli effetti negativi della chemioterapia e anche alla normale degenerazione dovuta all'invecchiamento. 

Lo afferma un nuovo
 studio pubblicato sulla rivista “Cell - Stem Cell” da Valter Longo e colleghi della University of Southern California, che hanno verificato questo fenomeno su alcuni pazienti oncologici, dopo averlo scoperto in una sperimentazione sui topi. Il risultato potrebbe avere importanti ricadute per la salute e la qualità della vita di pazienti in chemioterapia, anziani e persone con deficit del sistema immunitario.

La chemioterapia è, insieme alla radioterapia e alla chirurgia, il trattamento più utilizzato e più efficace contro il cancro. Può produrre tuttavia notevoli effetti collaterali, tra cui il depauperamento delle cellule del sistema immunitario: si calcola che circa un quinto dei decessi dei malati oncologici sia accelerato o addirittura causato dalla chemioterapia. Il sistema immunitario, inoltre, si degrada inevitabilmente con l'età, portando in alcuni casi a una condizione di immunodeficienza ed esponendo a un maggior rischio di sviluppare leucemie e altre neoplasie.

Paziente durante un'infusione di chemioterapia: gli effetti collaterali a carico del sistema immunitario possono essere attenuati con un digiuno temporaneo (© Jim Craigmyle/Corbis)In un precedente studio, Longo e colleghi avevano scoperto che privando temporaneamente del nutrimento alcuni topi di laboratorio, si riusciva ad aumentare la resistenza delle loro cellule staminali a determinati fattori di stress. in quest'ultimo lavoro hanno dimostrato che lo stesso digiuno ha effetti protettivi per le cellule immunitarie presenti nel sangue, come i globuli bianchi.

"Il digiuno prolungato determina una notevole riduzione del numero di globuli bianchi, che tuttavia tende a recuperare i valori normali quando i roditori riprendono
 ad alimentarsi: si tratta probabilmente di un meccanismo sviluppato con l'evoluzione che permette di ridurre il consumo energetico nei periodi di mancanza di cibo", ha spiegato Longo. "Questo stesso fenomeno ha l'effetto di indurre le cellule staminali a porsi in una modalità in cui riescono non solo a generare altre cellule immunitarie, ma anche a invertire l'immunosoppressione causata dalla chemioterapia: il sistema immunitario dei topi ne risultato ringiovanito". 


La rilevanza è dovuta al fatto che la protezione contro la perdita di globuli bianchi si verifica anche negli esseri umani. Gli autori lo hanno verificato nell'ambito di uno studio clinico in pazienti che hanno digiunato per un singolo periodo di 72 ore prima della chemioterapia a base di platino.

Inoltre, il digiuno sembra avere effetti positivi anche sulla riduzione dei livelli di IGF-1, una proteina con un ruolo chiave nella crescita nell'invecchiamento. Per questo, l'ipotesi degli autori è che il digiuno possa essere di beneficio non solo per i pazienti oncologici, ma anche per anziani e persone con deficit immunitari.
 


05 giugno 2014

La sensibilità al frumento nei pazienti non celiaci è una condizione allergica?






I pazienti non celiaci con sensibilità al frumento (NCWS) e altre forme di intolleranze alimentari a queste particolari tipologie di alimenti, manifestano caratteristiche cliniche, di laboratorio ed istologiche che suggeriscono che questi soggetti potrebbero essere affetti da forme di allergia alimentare non IgE – mediata. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato  in The American Journal of Gastroenterology .

In questa review l’autore (Antonio Carroccio MD dell’Università di Palermo), ha esaminato i dati preliminari relativi alle NCWS e altra letteratura medica rilevante, concentrandosi su pazienti NCWS che possano soffrire di allergie al frumento non- IgE – mediata. I pazienti non celiaci caratterizzati da sensibilità al grano (NCWS) presentano sintomi che possono coinvolgere il tratto gastrointestinale, il sistema nervoso, la pelle e altri organi. L’unico denominatore comune delle NCWS è il consumo di grano: i sintomi scompaiono quando viene escluso il grano dalla dieta e riappaiono nuovamente quando questo alimento viene reinserito.
Le allergie alimentari sono generalmente distinguibili in due tipologie: IgE mediate e non IgE mediate. Nelle allergie alimentari IgE mediate, le persone sviluppano sintomi quasi subito dopo aver mangiato il cibo causante la reazione avversa, e, quando sono eseguite prove specifiche sul sangue o sulla pelle, vi è un indicatore positivo. Nelle allergie alimentari non IgE mediate, tra cui la malattia celiaca , viene colpita principalmente la mucosa gastrointestinale (lo strato più interno del tratto gastrointestinale) e ciò provoca un ritardo della comparsa dei sintomi, che può rendere difficile la diagnosi.
In questo caso i ricercatori hanno esaminato i dati di 276 pazienti con diagnosi di NCWS, utilizzando trial doppio cieco contro placebo.
Sono stati esaminati i dati che indicano una possibile diagnosi di allergia al frumento ed altri dati di letteratura. Gli autori ipotizzano che i pazienti con NCWS possano essere affetti da allergie alimentari non IgE mediata.
Essi hanno esaminato il ruolo degli anticorpi IgG e il test di attivazione dei basofili nelle allergie alimentari, così come i risultati istologici nelle diagnosi di allergia alimentare.
Inoltre essi hanno confrontato i pazienti affetti da NCSW e sindrome dell’intestino irritabile (IBS) contro un  controllo rappresentato da pazienti affetti da IBS ma non sofferenti di NCWS.
La rassegna propone anche un collegamento tra la sospensione dell’assunzione di grano e la variazione del Microbiota intestinale.
Sulla base di questa revisione è possibile concludere che nei pazienti non-celiaci la sensibilità al grano può essere considerata la causa molto frequente di sintomi gastrointestinali erroneamente attribuiti a disturbi funzionali.
Tuttavia, molti dubbi rimangono, e va sottolineato che spesso è difficile effettuare una diagnosi corretta di NCWS anche a causa dell’effetto placebo che, in questo contesto, spesso gioca un ruolo determinante per disturbare un percorso di analisi corretta di sensibilità al frumento in pazienti non celiaci.
Giacomo Pagliaro
Per maggiori  info:
http://www.nature.com/ajg/journal/vaop/ncurrent/full/ajg2013353a.html