11 aprile 2013

Fattori epigenetici nell’insorgenza di obesità e diabete di tipo 2




Patologie metaboliche, tra cui il diabete di tipo 2, sono in aumento in tutto il mondo con una velocità allarmante. Si ritiene che le modifiche epigenetiche come la metilazione del DNA e le modifiche istoniche giochino un ruolo importante nello sviluppo e la predisposizione a patologie metaboliche. Kirchner, in un articolo pubblicato su Trends Cell Biol, sottolinea la funzione chiave della metilazione del DNA e spiega i meccanismi che potrebbero rendere conto dell'aumento globale dell'obesità e del diabete di tipo 2. L'impatto dell'attività fisica e della nutrizione sul profilo epigenetico è rilevante in quanto questi fattori legati allo stile di vita possono modificare la programmazione epigenetica e la predisposizione all'obesità e al diabete di tipo 2.
La flessibilità epigenetica potrebbe permettere rapidi adattamenti genetici all'ambiente che possono spiegare lo sviluppo di patologie croniche e questa flessibilità può essere influenzata da fattori quali la dieta e lo stile di vita.

Mentre alcuni eventi epigenetici sembrano essere fissati, altri sono altamente flessibili e influenzabili da fattori ambientali quali la dieta ad esempio. E' questa flessibilità che ci aiuta ad adattarci rapidamente alle variazioni ambientali entro una singola generazione o persino nel tempo di una vita.
Le risposte epigenetiche allo stress ambientale avrebbero conferito un vantaggio ai nostri antenati cacciatori e raccoglitori ma non in questo ambiente con elevate calorie a disposizione. Oltre ai fattori legati alle scorte nutrizionali, fattori ambientali quali il consumo 
di alcool e di tabacco, inquinanti e lo stress psicologico possono scatenare questa stessa risposta epigenetica adattativa che può portare ad obesità o diabete di tipo 2.
La risposta epigenetica all'attività fisica fornisce un altro esempio di flessibilità epigenetica. L'attività fisica ha dimostrato di esercitare estese e rapide variazioni epigenetiche adattative che possono spiegare perché l'esercizio possa migliorare la funzionalità metabolica e ridurre il rischio di patologie. Perciò lo stile di vita e gli interventi legati alla dieta possono migliorare la salute e ridurre il rischio di patologie influenzando i meccanismi di flessibilità epigenetica.

Kirchner H et al. 'Epigenetic flexibility in metabolic regulation: disease cause and prevention?'Trends Cell Biol 2012 Dec 28

26 marzo 2013

SEMINARIO INTOLLERANZE ALIMENTARI TEST ALCAT NUTRIGENETICA E IONORISONANZA CICLOTRONICA ENDOGENA

il Seminario vuole informare tutti coloro che sono interessati, sull’ esistenza di correlazioni fra intolleranze alimentari e nutrigenomica.  
In tutti i casi esistono test per la diagnosi e modi non invasivi, che insieme all'alimentazione corretta e personalizzata, possono far migliorare lo stato di salute e riequilibrare i nostri organi e tessuti corporei ed ottenere il ripristino dell'omeostasi cellulare.
Relatori:
Dott.ssa Cacciola Maria Stella - biologa nutrizionista - esperta in intolleranze alimentari
Dott Linosa Carlo - medico omeopata - specialista in medicina biologica e posturologia

Presso
Associazione Vivencia
Via Amato 21
Trappeto -  S. Giovanni La Punta -  Catania

Per prenotarsi
Cell.  3401006624
associazionevivencia@gmail.com
faridea@libero.it


10 marzo 2013

Carciofo efficace nelle disfunzioni glicemiche, e non solo


L'alterazione della glicemia a digiuno (Impaired fasting glycaemia, Ifg) è una disfunzione metabolica sempre più frequente nella popolazione occidentale. Colpisce il 24% dei maschi e il 17% delle donne oltre i 60 anni: se non trattati, la maggior parte di questi soggetti nell'arco di 10 anni svilupperà diabete di tipo 2 e, conseguentemente, tutte le alterazioni degenerative che questo comporta. Esistono molti rimedi fitoterapici indicati per il controllo della glicemia e il metabolismo dei carboidrati, sia tramand ati dalle diverse tradizioni medicinali e sia più moderni. Nel tempo, le piante maggiormente utilizzate allo scopo sono state Garcinia cambogia, Gymnema sylvestre, Allium sativum, Panax ginseng, ognuna caratterizzata da una differente fitochimica e quindi da diverso meccanismo d'azione, oltre a specie vegetali a effetto più meccanico, ricche cioè in lunghe fibre polisaccaridiche, quali Amorphophallus konjac, Opuntia ficus indica e Momordica charantia. Recentemente, inoltre, ottime evidenze sperimentali sono state mostrate da estratti di Cynnamomum zeylanicum, la cannella, dopo somministrazione orale post-prandiale. Uno studio tutto italiano riporta però in auge, mostrando interessanti risultati, un'altra specie vegetale, il carciofo (Cynara scolymus). I componenti fitochimici principali e maggiormente attivi estratti dalle pa rti aeree di questa asteracea, nota per lo più per le sue proprietà coleretiche, sono l'acido clorogenico e l'acido caffeilchinico; in particolare, il primo è un potente inibitore della glucosio-6-traslocasi, enzima chiave del sistema epatico di regolazione del metabolismo del glucosio, mentre il secondo e i suoi derivati sono coinvolti nella regolazione dell'attività della alfa-glicosidasi, enzima pancreatico la cui attività determina la liberazione in sede duodenale (ed il conseguente assorbimento) di gran parte del glucosio di origine alimentare. Lo studio clinico, condotto in doppio cieco presso l'università di Pavia, ha coinvolto 55 soggetti sovrappeso od obesi la cui dieta è stata implementata, per 60 giorni, con un estratto di carciofo (600 mg/die suddivisi in tre somministrazioni ai pasti principali) o con placebo. L'estratto vegetale utilizzato è molto caratterizzato, nota importante per uno studio in materia fitoterapi ca: titolato mediante HPLC al 60% in acido caffeilchinico, è stato preparato con estrazione idroalcolica (EtOH 70%) ed è caratterizzato da un rapporto droga/estratto di 120:1. Dati positivi e statisticamente significativi sono stati ottenuti non solo per il valore della glicemia a digiuno, ma anche per molti essenziali parametri corollari quali l'indice di emoglobina glicata, i valori di Adag (Media glicemica derivata dalla Hb glicata) e quelli dell'indice Homa per la valutazione dell'insulino-resistenza, tutti ridotti. Azioni positive sono state ottenute, come atteso, per quanto riguarda i parametri lipidemici con una riduzione del colesterolo Ldl ed un miglioramento sostanziale dell'Irc (indice di rischio cardiovascolare). Anche il Bmi risulta migliorato nel gruppo trattato, evidenziando quanto estesamente il supplemento dietetico di estratto di carciofo sia clinicamente efficace.

Rondelli, M., et al., Metabolic Management in Overweight Subjects with N aive Impaired Fasting Glycaemia by Means of a Highly Standardized Extract From Cynara scolymus: A Double-blind, Placebo-controlled, Randomized Clinical Trial. Phytother Res., 2013, Feb 25.doi: 10.1002/ptr.4950.

Matteo Floridia
Biotecnologo, Esperto in Fitoterapia clinica
Milano

20 febbraio 2013

Le Intolleranze Alimentari ed i Test per la diagnosi: storia di una esperienza personale


Sono dieci anni che mi occupo di intolleranze alimentari. Come tutte le cose che ti cambiano la vita arrivano quasi per caso!

Infatti la mia passione è nata quando mi sono rivolta ad una collega BN, che faceva anche il test citotossico, nell’ulteriore tentativo di perdere un paio di chili resistenti.
La collega attuò una “dieta di eliminazione” totale degli alimenti cui ero risultata intollerante.

Finalmente riuscivo a superare la soglia tanto desiderata!

Ma c’è un ma...

Infatti , nonostante avessi riportato un successo insperato dal punto di vista della riduzione del peso, avevo spesso un fastidioso mal di testa che si calmava solo quando andavo in palestra o correvo!

Inspiegabile!

A questo punto però mi sono molto appassionata ed ho iniziato a leggere tutto quello che l’attuale letteratura proponeva, ho partecipato a seminari a favore e contro (più questi ultimi!), sono andata a Roma per fare il corso per la lettura del test citotossico. Sono stata a fare uno stage in un centro di Bologna, dove facevano centinaia di test citotossici ogni giorno.

Ancora una volta mi si propone di fare il test citotossico e scopro intolleranze diverse da quello precedente. Mi sarei aspettata di non trovarne affatto invece ero ancora intollerante!
Latte e leviti! Non se ne parlava proprio! Togliere il latte? I lieviti? Non avevo alcuna intenzione di sobbarcarmi all’iter di eliminazione totale per 3 mesi!

Ho iniziato anch’io a fare i test citotossici ai pazienti in collaborazione con un laboratorio di analisi. Per ogni test prima ricevevo il paziente, facevo un’accurata anamnesi, dopo facevo il test, impiegando anche 2 ore per ciascuno, cercando di fare attenzione all’impilamento dei Globuli Rossi, alla vacuolizzazione dei Globuli Bianchi, alle interruzioni di continuità della membrana, ai danni più eclatanti, controllavo molti campi ecc.

Posso dire che quello che provavo a fare era trovare dei parametri di lettura oggettivi! Ma spesso mi accorgevo che se stavo troppo a lungo ad osservare un vetrino, il campione si modificava e si alterava, probabilmente a causa del calore indotto dal sistema di illuminazione del microscopio stesso. Il tentativo di essere più accurati, precisi e oggettivi si risolveva nell’alterazione del campione, quindi diventava controproducente.

L’esperienza è qualcosa di meraviglioso! Col tempo si diventa capaci di fare le stesse cose in minor tempo! Ma siamo certi che sia sempre a favore del “fatto bene” ?

Nel  frattempo ho deciso di provare a fare anch’io la dieta di eliminazione di latte, latticini e lieviti con risultati veramente importanti e ottenendo  finalmente anche la scomparsa del fastidioso mal di testa

Questo può essere soggetto a diverse interpretazioni. Possiamo ipotizzare ad esempio che il primo test  sia stato letto in modo corretto ed oggettivo e le intolleranze al latte e ai lieviti siano subentrate in seguito. Questa ipotesi non tiene conto del mal di testa comparso durante il primo trattamento dietetico e scomparso nel secondo con l’eliminazione del latte, latticini e lieviti e non convince la spiegazione che queste intolleranze si siano sviluppate in un secondo tempo, a causa dell’uso continuativo di quei cibi,  perché in realtà non era stato così cioè non avevo consumato più latte, latticini e lieviti di prima. 

È più semplice pensare che tutte queste intolleranze erano presenti fin dal principio e che non sono state individuate precedentemente perché forse il quadro era complesso e lo stato infiammatorio molto importante. Anzi l’eliminazione del primo gruppo di alimenti aveva apportato il beneficio di sboccare un metabolismo rallentato ma non aveva ridotto in modo ottimale l’infiammazione minima persistente causata dal latte, latticini e lieviti e mi avevano resa più sensibile alle altre intolleranze causandomi il fastidioso mal di testa.

In seguito ho sempre più riscontrato la cosa anche in altre persone da me seguite nutrizionalmente.  

La BN che aveva fatto il primo test aveva fatto un buon lavoro ma non aveva individuato con completezza i cibi cui ero intollerante.

Questo ci riporta ad una riflessione importante sulla soggettività della lettura del test citotossico e sulla possibilità di omettere più o meno consapevolmente intolleranze a cibi che potrebbero essere molto importanti ai fini di un corretto impiego per l’elaborazione di piani nutrizionali assolutamente personalizzati.

Ricordo bene che qualche anno fa ci dicevano che un buon test citotossico deve dare intolleranza a pochi alimenti, 2 o 3, massimo 4.

E se ne troviamo 10-15 allora cosa facciamo?

A tal riguardo vorrei porre l’attenzione sull’intolleranza al nickel! Se si omettono informazioni perché non valutate importanti si rischia di non riuscire a diagnosticarla in modo corretto. 
Si tratta infatti di una delle più difficili delle intolleranze da inquadrare perché coinvolge moltissimi alimenti non collocabili  per famiglie biologiche e tal volta si riscontra in persone che apparentemente non sono allergiche al nickel o comunque hanno una reazione allergica molto bassa!

Mi sono spesso chiesta come fidarsi, alla luce di tutte queste importanti conoscenze, di test citotossici fatti presso laboratori privati, letti da operatori frettolosi o comunque ignari delle informazioni sul paziente che solo il nutrizionista può avere e troppo spesso gestiti in modo autonomo dai pazienti, che non essendo consapevoli dei danni provocati dalle diete di eliminazione possono provocarsi malnutrizioni importanti?

Per alcuni anni non ho più né fatto test citotossici né richiesto test ai miei pazienti, in qualche caso qualcuno mi portava quello che aveva già fatto fare ed io lo accettavo, lo valutavo, ma ho imparato ad interrogare le persone accuratamente e farmi dare moltissime informazioni e a stilare piani nutrizionali tenendo in considerazione tutti questi dati raccolti.

In qualche caso, però restano i dubbi, rimane qualcosa di inspiegabile!

Proprio per tutte queste considerazioni mi sono interessata ad altri test, come la ricerca delle IgG ma non sempre ho avuto buon riscontro perché non sempre i soggetti intolleranti hanno le IgG aumentate e viceversa!

È molto interessante l’ALCAT test, che in realtà è sempre un test citotossico ma non viene effettuato su sangue intero ma solo sui globuli bianchi neutrofili e cosa ancor più importante non richiede la lettura di un operatore ma i pozzetti con alimenti o sostanze chimiche e sangue sono letti attraverso uno specifico strumento di conteggio e misurazione cellulare, denominato ROBOCATII (validato dall’US Food & Drug Administration), che individua le eventuali variazioni volumetriche e cliniche dei globuli bianchi (granulociti neutrofili) a contatto con le sostanze testate. Quando si verifica una variazione del numero e delle dimensioni dei globuli bianchi, significa che è presente una reazione avversa a quella determinata sostanza.

Questo sistema permette una determinazione oggettiva delle intolleranze ad alimenti e sostanze chimiche inoltre il risultato che viene fornito è corredato da tutta una serie di informazioni che non solo aiutano il nutrizionista nella stesura del piano nutrizionale corretto  superando la vecchia modalità di eliminazione assoluta di tutti i cibi incriminati per 3 o 4 mesi, con una più moderna che è quella della “dieta di rotazione”, cioè l’esclusione degli alimenti solo per alcuni giorni alla settimana e la reintroduzione negli altri giorni.

Altro effetto importante è certamente quello di costituire una rete di nutrizionisti che utilizzando lo stesso test a lettura oggettiva ed i medesimi principi di stesura della dieta che è quella di rotazione,  può dare anche la possibilità a tutti i componenti di interagire direttamente in workshop organizzati appositamente e magari pubblicare i risultati di queste interazioni.

dott.ssa Cacciola Maria Stella
biologa nutrizionista
esperta in intolleranze alimentari e fitointegrazione


19 gennaio 2013

Colesterolo e ciclo mestruale





L'influenza degli ormoni femminili sui livelli di colesterolo e trigliceridi è nota ormai da tempo. A partire dal secondo trimestre di gravidanza, la colesterolemia totale sale notevolmente sotto la spinta degli estrogeni prodotti dalla placenta; anche le pillole anticoncezionali con elevate concentrazioni estrogeniche, o le terapie sostitutive durante la menopausa, tendono a far salire in maniera significativa la colesterolemia totale. In entrambi i casi, l'incremento dei valori ematici di colesterolo interessa soprattutto la frazione HDL. Per questo importante contributo, durante l'età fertile di ogni donna gli estrogeni conferiscono un'importantissima protezione nei confronti delle malattie cardiovascolari.

Influenza delle variazioni ormonali durante il ciclo mestruale sui livelli di colesterolo

Durante il ciclo mestruale, i valori di colesterolo variano in maniera non trascurabile secondo i fisiologici mutamenti dei tassi plasmatici di estradiolo e progesterone. Di conseguenza, è importante valutare anche la fase del ciclo mestruale in cui ci si sottopone ai test di colesterolemia e trigliceridemia.
In linea di massima, i livelli di colesterolo salgono durante la prima metà del ciclo mestruale e diminuiscono nella fase luteinica.
Come anticipato, i crescenti livelli di estrogeni che caratterizzano la prima metà del ciclo mestruale portano con sé un graduale incremento delle lipoproteine HDL (colesterolo buono), che raggiungono un picco in corrispondenza dell'ovulazione. Per contro, colesterolo totale, colesterolo LDL e trigliceridi sembrano diminuire all'aumentare dei livelli estrogenici; questo declino, tuttavia, non è immediato, ma si manifesta con qualche giorno di ritardo. Pertanto, nell'interpretazione del grafico sottostante, bisogna considerare che il picco dei livelli di colesterolo totale durante la fase mestruale è la conseguenza del declino degli estrogeni nella tarda fase luteinica, mentre il successivo declino della colesterolemia totale consegue al lieve aumento degli estrogeni durante la fase mestruale; tale declino diviene ancor più brusco qualche giorno dopo che i livelli estrogenici iniziano ad aumentare sensibilmente in vista dell'ovulazione.

19 dicembre 2012

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