Articolo di Andrea Lupo dal sito http://www.ilgiornaledelcibo.it
Gemelli bio-diversi? Ibridi? Autoctoni? Facciamo chiarezza sui frumenti italiani.
Un bene per la biodiversità?
"Le specie di grano note come Saragolla, farro e grano monococco sono diverse dal grano tenero e dal grano duro perché non sono state sottoposte a processi di miglioramento genetico basati sull'incrocio e la selezione.
Il farro (Triticum dicoccum) è stato ampiamente coltivato da egizi e romani per migliaia di anni ed è rimasto in coltivazione in Italia su ampie superfici fino al 1600. Attualmente è coltivato su piccoli appezzamenti, principalmente nelle aree appenniniche dell'Italia centrale. Purtroppo non abbiamo a disposizione molte varietà di farro, forse una decina. Saragolla (una varietà lucana recentemente riscoperta, che sarebbe stata portata dalla Bulgaria da un gruppo di crociati nel '400, da cui il nome, derivato dal bulgaro sàrga e gòlyio, grano giallo – NdR) ed il più famoso Kamut® (che ricordiamo, è un marchio commerciale americano NdR)appartengono alla specie Triticum turanicum, molto vicina geneticamente al farro e al grano duro.
Anche in questo caso la variabilità genetica (biodiversità) è estremamente ridotta; tra l'altro Saragolla e Kamut® sono pressoché identici geneticamente. Nel caso del grano monococco (Triticum monococcum) abbiamo a che fare con il più antico dei frumenti coltivati dall'uomo (una curiosità: resti di grano monococco, recentemente riscoperto e reintrodotto nel veneto e nel bresciano, sono stati ritrovati nello stomaco di Ötzi, la mummia scoperta in Val Senales NdR).
Per circa 6000 anni, dal 8000 al 2000 a.C., è stato coltivato in tutti i paesi dell'area mediterranea, isole escluse, per venire poi abbandonato a favore del farro perché più produttivo. Fino a pochi anni fa, il grano monococco era una curiosità botanica, solo recentemente è stato riportato in coltivazione in ristrette aree rurali in Francia, Germania, Austria ed Italia. Le varietà commerciali di grano monococco si contano sulle dita di una mano, ma nelle banche dei semi sono raccolte circa 2.000 popolazioni diverse di questa specie".
"Per fornire alimenti ad una popolazione mondiale in continua crescita non possiamo aumentare la superficie agricola a scapito delle aree forestali o di quelle naturali dove si mantiene la biodiversità vegetale. Dobbiamo sviluppare varietà ad alta resa (alta produzione per unità di superficie) e ad alta efficienza (bassi costi di produzione e ridotto impatto ambientale in termini di consumo di acqua e di suolo) ottenibili solo attraverso gli strumenti tecnico-scientifici a nostra disposizione (incrocio e selezione, mutagenesi, transgenesi ecc). D'altra parte dobbiamo preservare la variabilità genetica perché ci serviranno sempre nuovi geni per migliorare le future varietà”.
Un aiuto prezioso può venire dalle banche dei semi, la sede della banca italiana del germoplasma vegetale è l'Istituto di Genetica Vegetale del CNR di Bari, noto precedentemente come Istituto del Germoplasma.