04 novembre 2015

Microbiota gastrico e cancro dello stomaco, qual è il collegamento? Lo stomaco è abitato da diverse specie microbiche il cui ruolo, in condizioni di salute non perfette, potrebbe essere collegato all'insorgenza di cancro gastrico. E' quanto evidenziato da un lavoro tutto italiano pubblicato su Helicobcter.


Che lo stomaco non fosse un ambiente sterile, come si credeva in passato, lo abbiamo capito nel 1983 con scoperta al suo interno dell’Helicobcter pylori; ma che anche altri batteri risiedono in questo ambiente e la loro presenza è collegata allo sviluppo di displasia e tumore gastrico è una rivoluzione assoluta e nuovissima. E’ quanto evidenziato in una recente review tutta italiana, del team del prof. Antonio Gasbarrini del dipartimento di Medicina Interna, Policlinico Gemelli di Roma in collaborazione con il dipartimento di Gastroenterologia dell’Ospedale San Pedro de Alcantara, Spagna e pubblicata su Helicobacter.
L’H. pylori non è l’unico “residente” della mucosa gastrica, recentemente una comunità microbica è stata identificata all’interno dello stomaco umano ed insieme all’H. pylori costituisce il cosiddetto microbiota gastrico.
“L’H. pylori era ritenuto responsabile della maggioranza delle gastriti e delle ulcere peptiche. Si è visto che quando l’H. pylori sta per molto tempo nello stomaco determina un danno istologico che si chiama metaplasia o atrofia gastrica; questo è quello che precede la displasia e il tumore dello stomaco”, ha dichiarato il prof. Gasbarrini ai microfoni di Pharmastar.
Il microbiota intestinale colonizza tutto il tratto gastro-intestinale compreso lo stomaco. L’ambiente gastrico è particolarmente difficile da colonizzare per il bassissimo pH (intorno a 1.4); per tale motivo la carica microbica è molto più bassa del colon e del piccolo intestino.
Le specie batteriche maggiormente presenti nello stomaco, in condizioni di perfetta salute, sono Clostridium sp, Lactobacillus sp and Veillonella sp.
L’80% dei microbi non sono però coltivabili e quindi servono tecniche più sofisticate per la loro identificazione.
«Tutto questo lo abbiamo scoperto»-ha aggiunto il prof. Gasbarrini- «solo con le nuove tecniche di microbiologia molecolare che evidenziano questi batteri; questi ultimi infatti non crescono in coltura quindi servono le tecniche di microbiologia molecolare più moderne».
La distruzione del microbiota gastrico umano è stato identificato come trigger di diverse malattie dello stomaco.
Nel caso dell’atrofia gastrica, c’è una diminuzione della barriera acida gastrica dello stomaco che permette la colonizzazione di molti microbi differenti da quelli presenti in condizioni normali. Ad esempio è stato osservato uno shift da Prevotella sp a Streptococcus sp.
Diventa inoltre sempre più evidente il possibile ruolo del microbiota gastrico nello sviluppo di cancro gastrico.
«Si è visto che lo stomaco non è abitato solo dall’H. pylori –ha proseguito il prof. Gasbarrini-ma anche da altri batteri che appartengono a varie specie, molti sono dei Lactobacilli ma di tante specie diverse , e questi batteri sono sempre presenti in basse concentrazioni. Quando l’H. pylori determina la metaplasia e l’atrofia e, quindi, cambia il pH dello stomaco, perché quando c’è l’atrofia lo stomaco produce meno acido cloridrico, questi batteri esplodono nel senso che crescono moltissimo in termini di quantità. Quindi, nelle fasi avanzate della gastrite da H. pylori c’è una pesante disbiosi del microbiota gastrico con batteri che sovra-crescono perché non sono più combattuti dall’acidità gastrica e sembra che questa disbiosi gastrica sia responsabile della transizione della atrofia a displasia e tumore».
I microbi possono guidare e mantenere lo sviluppo di percorsi cancerogeni attraverso diversi meccanismi, tra cui la stimolazione dell’infiammazione, l'aumento della proliferazione cellulare, la disregolazione della fisiologia cellulare delle staminali, e la produzione di diversi metaboliti.
«Sembrerebbe, quindi, che il grande responsabile del tumore gastrico, nella gastrite da H. pylori ,potrebbero essere altri batteri del microbiota gastrico e non solo l’H. pylori»-ha sottolineato il prof. Gasbarrini.
Nella review gli autori evidenziano come esista anche un microbiota esofageo le cui alterazioni potrebbero essere responsabili dell’insorgenza del reflusso gastro-esofageo e di altre problematiche e come lo sviluppo del cancro esofageo; queste ultime sono però delle ipotesi derivanti da pochi studi e che andrebbero confermate in ulteriori trial.
In conclusione, come ha sottolineato il prof. Gasbarrini: «Questa è una scoperta rivoluzionaria perché dobbiamo rivedere tutti i nostri concetti. Noi pensavamo che lo stomaco fosse sterile, poi abbiamo visto che c’è l’H. pylori e poi ancora che ci sono altri batteri e addirittura sembra che questi siano responsabili del tumore dello stomaco».
Emilia Vaccaro
Ianiro G. et al.  Gastric Microbiota. Helicobacter. 2015 Sep;20 Suppl 1:68-71. doi: 10.1111/hel.12260.

03 ottobre 2015

Cancro alla prostata e integratori del pr Fabio Firenzuoli

Impressionante leggere dai media le notizie riprese dalla letteratura scientifica … perché poi si pone sempre il dilemma di andare o non andare e come andare a consultare la letteratura scientifica alla fonte.  E’ il caso ad esempio dell’ultimo lavoro di recente pubblicato dal gruppo del Gontero P. e coll.  dell’ Università di Torino sui rischi degli integratori per il cancro alla prostata. Ieri è comparso su La Stampa di Torino un articolo titolato “Troppi integratori  alimentari provocano il tumore alla prostata”. Ora capisco anche il fatto che i titoli dei giornali hanno il significato ben preciso di far vendere o di comunque di attirare l’attenzione del lettore, ma… santamadonnina, si sta parlando di patologie gravi e diffuse come il cancro, e non si possono lanciare così nell’etere notizie allarmanti,  quando vai davvero a leggere il lavoro ti rendi conto che ci sono cose che non tornano…
Eh insomma…
Allora ripartiamo dall’inizio del mio discorso.
Chi lancia la notizia scientifica in particolare se vuol essere sensazionale, si deve accontentare di quello che gli viene riferito ? deve leggersi il riassunto del lavoro presentato ad un congresso? Il riassunto del lavoro in fase di pubblicazione una volta accettato per la pubblicazione su una rivista ? o solo quando pubblicato ? o forse non è meglio leggere tutto il lavoro per esteso già pubblicato ? o ancora leggerselo tutto ed entrare nel merito del lavoro per capire come è stato condotto davvero il lavoro ? per poter meglio trasferire l’essenza della ricerca ai suoi lettori ovviamente, in un linguaggio semplice e chiaro.
Ebbene, tutto questo processo, che può richiedere più o meno tempo ed  ovviamente delle competenze, è indispensabile, e può essere mediato anche da un tecnico, ma mi ripeto, è indispensabile, soprattutto quando si devono far passare notizie  cosiddette perlomeno apparentemente “rivoluzionarie” altrimenti si rischia di prendere anche delle cantonate…
Ebbene leggere questo lavoro specifico dal vivo, cioè pubblicato per esteso è stato per me una sorpresa nella sorpresa, perché da La Stampa, avevo appreso che un supplemento di selenio, licopene e tè verde provoca il cancro alla prostata, leggendo il lavoro sulle pagine della rivista scientifica, ho trovato una serie di motivazioni tecniche , assolutamente non banale, anzi…, che dovrebbero far rivedere quantomeno la discussione e le conclusioni se non il disegno del lavoro stesso:
  1. è stata utilizzata una dose  giornaliera di licopene superiore al doppio di quanto ammesso dal ministero, quando c’era già da tempo letteratura sui rischi di una supplementazione esagerata di licopene …
  2. perché lo hanno somministrato in un’unica compressa associandolo al tè verde, per il quale invece c’è ampia letteratura relativa alla attività protettiva del tè verde  ?
  3. avrebbero dovuto semmai nel tempo somministrare a gruppi distinti dosi diverse di licopene  e vedere se ci fossero state risposte diverse
  4. oppure creare gruppi distinti con comunque le varie sostante separate
  5. è stato somministrato un estratto di polifenoli di tè verde di cui manca la  analisi qualitativa e lo studio di farmacocinetica
  6. è stato condotto uno studio così complesso, durato molti anni,  coinvolgendo tante strutture, uomini, mezzi, risorse, per anni e anni, in realtà studiando in tutto soltanto 27 trattati su un totale di 60 arruolati.
  7. dei pazienti non è stata studiata la storia familiare di carcinoma prostatico
  8. quindi per concludere (siccome poi quando si parla di efficacia si pretendono, giustamente, sempre i grandi numeri) in questo caso invece si deve dire che su un piccolo numero di pazienti trattati, pur essendo state utilizzate tecniche sofisticatissime, in realtà non sono stati adottati una serie di accorgimenti, forse banali, che avrebbero magari alla fine farci capire se davvero qualcuna di quelle tre sostanze fosse stata rischiosa o meno per qualcuno di quei pazienti.
  9. Ma sarebbero comunque serviti numeri enormi e disegni di studio adeguati a valutare la sicurezza e non l’efficacia.
  10. La stampa avrebbe dovuto tener conto anche di tutto questo
E ora, se me lo consentite, vado a farmi una bella tazza di tè verde.
Fabio Firenzuoli

07 settembre 2015

L'alimentazione personalizzata come rimedio all'infiammazione

L'infiammazione è esperienza condivisa da tutti, tanto che i farmaci antinfiammatori sono in assoluto i più venduti al mondo, come numero di pezzi. Ogni medico inoltre si confronta quotidianamente con fenomeni di infiammazione a bassa intensità che spesso durano a lungo e che per anni sono stati scarsamente compresi. Il sospetto di una relazione diretta con l'alimentazione è sempre stato molto forte, ma molti ricercatori si sono avvicinati in modo spesso controverso al tema delle cosiddette intolleranze alimentari scontrandosi con pregiudizi, petizioni di principio e proponendo in molti casi pratiche diagnostiche dubbie. La scoperta che un alimento può indurre la produzione di Baff (B Cell Activating Factor) o di Paf (Platelet Activating Factor) e provocare tutti i sintomi infiammatori che usualmente sono ascritti al cibo risale agli studi di Lied (1) del 2010 ma solo da poco è applicata in ambito clinico. La misurazione di queste citochine consente di capire il livello di infiammazione correlata al cibo eventualmente presente in una persona e di agire sugli aspetti nutrizionali per ridurla e per controllarne gli effetti sulla salute. Si tratta di una vera rivoluzione concettuale che consente di andare oltre la conoscenza di Ves e Pcr che da oltre 50 anni restano incredibilmente gli unici due "indicatori di infiammazione" usati dalla medicina in ambito clinico. Baff e Paf invece sono effettivi indicatori di una reazione dovuta anche al cibo, come documentato da Piuri (2). Si tratta di un primo passo verso la migliore comprensione delle reazioni dell'organismo che porterà in breve alla acquisizione e alla valorizzazione di altri biomarkers specifici che consentiranno sempre di più di caratterizzare il fenotipo di una reazione alimentare. Sappiamo che si tratta di una reazione dovuta all'immunità innata e all'attivazione di Toll Like Receptors (soprattutto Tlr2 e Tlr4), recettori che svolgono nell'organismo la funzione di segnalare un pericolo, che nel caso del cibo è il superamento di un livello di soglia nell'assunzione di cibo e manifestano la reazione infiammatoria come fosse una "luce di allarme" perché si cambi il comportamento alimentare. Poiché questa reazione non riguarda solo la Sindrome del colon irritabile o la colite ma anche patologie come artrite reumatoide, morbo di Crohn, lupus, diabete (3) e molte altre, l'approccio più moderno è quello di interpretare la reazione infiammatoria come un avvertimento o un segnale per un reale cambio di comportamenti che guidi il recupero dello stato di benessere attraverso una alimentazione personalizzata.
1) Lied GA et al, Aliment Pharmacol Ther. 2010 Jul;32(1):66-73. Epub 2010 Mar 26
2) Piuri G, Soriano J, Speciani MC, Speciani AF (2013) B cell activating factor (BAFF) and platelet activating factor (PAF) could both be markers of non-IgE-mediated reactions. Clin Transl Allergy 3:O5.
3) Kim YH et al, Exp Mol Med. 2009 Mar 31;41(3):208-16.


Attilio Speciani

03 agosto 2015

La dieta per favorire il concepimento


Uno stile di vita sano è un elemento imprescindibile quando si decide di avere un bambino.  

La giusta attività fisica, una corretta alimentazione e la messa al bando di fumo, alcool e sostanze nocive, permettono non solo si diminuire le probabilità di problemi in gravidanza ma al contempo, anche diaumentare le possibilità di concepimento.
Uno studio pubblicato sul Journal of Nutritional & Enviromental Medicine e condotto su 367 coppie che avevano precedentemente sofferto di infertilità primaria e secondaria, ha messo in evidenza l’importanza di una corretta alimentazione e i suoi risvolti sulla fertilità.
Le donne partecipanti avevano un’età media di 34 anni e i maschi di 36.
Lo studio è durato ben 3 anni, le coppie sono state sottoposte a  un preciso programma alimentare e l’89% di esse è riuscita a concepire un bambino e dare alla luce bimbi sani. Non si è registrato alcun aborto spontaneo, tutti bimbi sono nati normopeso e in buona salute.
Delle 204 coppie con problemi di fertilità, l’86% ha portato a termine la gravidanza. Se considerate che le tecniche di procreazione assistita hanno una percentuale di successo mediamente del 25% (1 su 4), potete ben capire l’importanza dello studio: una cura mirata allo stile di vita influisce direttamente sull’esito della gravidanza.

Quali sono i cambiamenti utili da apportare alla dieta?

Vediamoli assieme. Innanzitutto al giorno d’oggi è sempre più complicato assumere le sostanze nutritive essenziali a causa degli alimenti sempre più lavorati e impregnate di sostanze tossiche (come pesticidi). Però tutto ciò che mangiamo e beviamo può influire sulla nostra fertilità e ciò non va sottovalutato.
Per capire se ci sono particolari carenze si potrebbe fare qualche analisi particolare, come l’esame della composizione mineraria del capello ad esempio. In ogni caso si può cominciare semplicemente iniziando a scindere tra alimenti “buoni” e “cattivi”.
Seguire una dieta sana pre-concepimento significa semplicemente introdurre tutte le sostanze nutritive per concepire e far crescere bene il bambino eliminando al contempo tutte quelle sostanze che interferiscono con questo processo.
Tra le varie sostanze che interferiscono con la fertilità ci sono: caffeina, fumo di sigaretta, alcool, droghe, mercurio, piombo, pesticidi e diserbanti.
La dieta pre-concepimento (e per dieta non si intende un programma per perdere peso!)oltre a bandire tali sostanze si propone di fornire alla coppia tutte le sostanze necessarie per il concepimento e una gravidanza salutare.
Il massimo sarebbe quello di poter disporre di un orticello dove coltivare pomodori, carote, frutta… ma non è possibile al giorno d’oggi, soprattutto per chi vive in città.
I prodotti biologici che acquistate vanno bene ma solo se effettivamente tali. Attenzione sempre a quello che comprate, mi raccomando! Qualità prima di tutto! Ne va della vostra salute.
Servono circa 3 mesi di corretta alimentazione affinché la coppia possa iniziare a sentire i primi benefici del nuovo stile di vita.
La dieta pre-concepimento consiste nella giusta quantità di carboidrati, grassi , proteine, fibre, molta acqua (pura). 

Carboidrati

I carboidrati  si dividono in semplici (zuccheri) e complessi (amidi e fibre), entrambi sani ed importanti.
Quando gli zuccheri semplici vengono lavorati per ottenere biscotti, dolci, bevande frizzanti o caramelle, perdono qualsiasi minerale e vitamina, non fanno altro che aumentare i livelli di zucchero nel sangue senza fornire alcuna sostanza nutritiva necessaria.
Meglio quindi tralasciare fonti come lo zucchero raffinato, la farina bianca, il pane e la pasta bianca, dolciumi, biscotti, bevande gassate, marmellate e gelatine, e meglio optare per pari alimenti integrali e cereali. E ovviamente ottima fonte di carboidrati sono la frutta, le patate, i legumi e la verdura fresca o cotta a vapore.

Proteine

Le proteine svolgono un ruolo importantissimo nel nostro corpo in quanto “mattoncini” essenziali di muscoli, enzimi, organi , tessuti, capelli…
Le proteine sono catene di amminoacidi che hanno un ruolo importantissimo anche nella fertilità.
La spermina e la spermidina hanno un ruolo fondamentale nella sintesi dello sperma  e maschi con una bassa conta di spermatozoi hanno anche bassi livelli di entrambe. I livelli di spermina e spermidina possono essere ripristinati con gli alimenti e gli integratori giusti. Da evitare fonti proteiche come le torte e le merende preconfezionate, salsicce, salami, hamburger, wurstel, patè e carni lavorate.

Grassi

Quando si sente nominare la parola grasso di pensa ahimè troppo spesso in negativo. Ci sono grassi e grassi +. Alcuni di questi infatti sono fondamentali per la fertilità. I grassi “buoni” sono rappresentati da i grassi non saturi, che si trovano in pesce, oli, noccioline, semi e contengono acidi grassi essenziali che non possono essere sintetizzati dall’organismo e devono essere introdotto con la dieta. Ok quindi ad omega 3-6 9 mentre le fonti di grassi “cattivi” da evitare sono rappresentate da: carne rossa, agnello, maiale, panna, formaggi grassi, olio di palma, margarina, pasticci, biscotti, torte, patatine fritte, cibi fritti in genere, gelati e barrette di cereali.

Fibre

Le fibre hanno un ruolo fondamentale nel conservare sano il sistema digerente e eliminare sostanze tossiche dall’organismo.
Le fibre aiutano anche ad alleviare i sintomi di alcune patologie come endometriosi, sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) che sono associate ad alti livelli di estrogeni nel corpo. Le fibre agiscono impedendo agli estrogeni di essere riassorbiti nel sangue.

Acqua

Assicurarsi sempre che l’acqua sia di buona qualità e priva di sostanze inquinanti. Sono raccomandati almeno 8 bicchieri di acqua al giorno.

Vitamine e minerali

Alcune vitamine (ad esempio l’acido folico) e alcuni minerali sono importantissimi prima, durante e dopo la gravidanza.
Ecco uno schema riguardante le quantità raccomandate dei principali nutrienti:
Vitamina A: indispensabile per la produzione di ormoni sessuali femminili. Non vanno assunti integratori di Vitamina A nè durante la gravidanza, nè quando si è in procinto di concepire. Alti tassi di retinolo infatti sono associati a possibili anomalie fetali.
VitamineB : è un gruppo di vitamine molto importanti per la fertilità e il loro assorbimento è inibito da fumo, alcol, stress e antibiotici. L’ipotalamo che rilascia gli ormoni sessuali è molto sensibile alle carenze di vitamina B.
  • Vitamina B1: la carenzadi questa vitamina è associata ad assenza di ovulazione o a mancato impianto dell’ovulo.
  • Vitamina B2: la sua carenza è associata a sterilità, aborto spontaneo e scarso peso alla nascita.Il fegato usa la vit. B2 per eliminare gli ormoni che hanno esaurito il loro compito e che potrebbero, se accumulati, interferire nelle comunicazioni  per la produzione di ormoni nuovi, determinando così disfunzioni.
  • Vitamina B5: importante al momento del concepimento per lo sviluppo del feto.
  • Vitamina B6: importante  per la formazione degli ormoni sessuali femminili.
  • Vitamina B12: necessaria per la sintesi di DNA e RNA.
  • Folati: Livelli di assunzione raccomandati  per le donne in gravidanza 400 mcg/giorno,
Vitamina C:antiossidante e contrasta i radicali liberi ma un eccesso (più di 1000 mg/giorno) può agre come antistaminico e asciugare il muco cervicale.Vitamina E: da studi l’associazione di questa vitamina con la Vitamina C, ha effetti positivi sull’ovulazione. Ha effetti positivi anche sulla funzionalità degli spermatozoi.Zinco: aiuta al mantenimento dei livelli ormonali negli uomini e nelle donne . E’ una componente importante del liquido seminaleFerro: la carenza di ferro può influire negativamente sulla fertilità, mentre una sua adeguata presenza può aiutare a prevenire gli aborti spontanei.Selenio: una carenza di selenio è associata a infertilità e rischio di abortoCalcio: carenza è associata a scarso peso alla nascita e a nascite prematureMagnesio: come nel caso del selenio, una sua carenza è associata a infertilità e rischio di abortoManganese: secondo alcuni studi una carenza di manganese è associata a disfunzioni  nell’ovulazione  e inibisce la sintesi di ormoni sessuali.Co-Enzima Q10: la sua integrazione può innalzare i tassi di fertilizzazione nelle pratiche di fecondazione in vitro.
Per capire dove sono contenuti questi nutrienti vi consiglio di utilizzare questo database dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la nutrizione (INRAN): http://www.inran.it/646/tabelle_di_composizione_degli_alimenti.html
Fonti:

Marina Nicholas, 3 steps to fertility

Zita West:Fertilità e concepimento 
http://www.periodofertile.it 

01 agosto 2015

Alimentazione e geni: le risposte della nutrigenomica per il sistema cardiovascolare e in oncologia


Abbiamo chiesto a Francesco Visioli, professore di Nutrizione Umana all'Università di Padova (Dipartimento di Medicina Molecolare), quali risposte può dare la nutrigenomica e le prospettive future.

Rispetto a quello che sappiamo oggi: fino a che punto, in che misura l'alimentazione interagisce con i geni?
Molto più di quanto pensiamo. Anche se l'uomo si evolve "in toto" abbastanza lentamente, il profilo genetico in realtà si modifica con rapidità sorprendente. Un esempio è quello della tolleranza al lattosio, che segue il corso delle migrazioni e della pastorizia. In un certo senso l'interazione geni-alimentazione è bidirezionale: i geni influiscono sugli effetti dell'alimentazione e viceversa.
Che tipo di risposte può dare oggi la nutrigenomica? Ci sono (o quali sono) aspetti limitanti nella ricerca?La nutrigenomica può dare varie risposte utili a indirizzare la dieta. Un individuo che geneticamente metabolizza l'alcool lentamente dovrà usarlo in modo diverso da chi lo metabolizza velocemente. Inoltre, individui con maggior propensione ad alcune patologie (es. il diabete) potranno e dovranno cambiare l'alimentazione per minimizzare il rischio. Lo stesso si può dire per il controllo del peso corporeo o della pressione arteriosa.
I limiti attuali sono rappresentati più che dai costi (in continua discesa) dalla difficoltà di analizzare e interpretare la moltitudine di dati che escono dalle analisi. In futuro si dovrà lavorare a livello informatico proprio per distillare le informazioni importanti in poco tempo.
Quali sono le linee di ricerca più promettenti?Le linee di ricerca più promettenti riguardano due grandi aree della ricerca biomedica: sistema cardiovascolare e oncologia. Per quanto riguarda il sistema nervoso centrale le ricerche sono, a mio avviso, ancora arretrate. Nel campo cardiovascolare sappiamo molto più di quanto il grande pubblico creda e possiamo (entro certi limiti) orientare i pazienti verso diete più adatte al loro profilo genetico. Per i tumori e la loro prevenzione il discorso è più complesso, ma si può anche in quel caso saggiare diete o profili dietetici che, per esempio, agiscano sull'infiammazione.
In cosa è consistito il vostro lavoro su tessuto adiposo e geni e a quali conclusioni siete giunti?Abbiamo svolto varie ricerche in questo campo. La più interessante di queste dimostra che l'idrossitirosolo, un composto con interessantissime azioni biologiche, che si trova nelle olive e nei loro derivati oppure si trova di sintesi, modula, nel tessuto adiposo, l'espressione di geni legati all'ossidazione/antiossidazione e all'infiammazione. Questo spiega in parte - a livello genetico - perché il consumo d'olio d'oliva extra-vergine si associa a minor incidenza di patologie cardiovascolari, anche se i suoi effetti sulla colesterolemia sono minimi.
Francesca De Vecchi

17 luglio 2015

Fondamentale l'uso degli enzimi nel trattamento delle patologie autoimmuni



La completa digestione degli alimenti e la riduzione degli antigeni residui nell'intestino ha un forte rilievo nel trattamento delle patologie autoimmuni e l'uso degli enzimi è una delle armi più frequentemente utilizzate, al pari degli antinfiammatori, dei regolatori immunitari e dei probiotici, nel piano terapeutico di ogni persona.
Molti pensano alle patologie autoimmuni come a malattie in cui si costruiscano anticorpi contro il proprio "self" che facilitino l'autodistruzione. Il tema è dibattuto, perché in realtà molti autoanticorpi esistono "normalmente" in persone che non hanno nessun tipo di disturbo e in molte situazioni, come nella tiroidite di Hashimoto, la presenza di autoanticorpi, anche a livelli elevati, non significa necessariamente che la tiroide smetta di funzionare. Ciò che genera "malattia" è la reazione infiammatoria, quasi sempre stimolata anche dal contatto tra intestino e cibo che assume così un ruolo spesso determinante. L'innesco di questo meccanismo può essere dovuto a citochine come BAFF (B Cell Activating Factor) e PAF (Platelet Activating Factor) che attivano a cascata una risposta immunologica diretta. Gli autoanticorpi non determinano necessariamente una lesione d'organo, ma possono invece creare, con alcune proteine assorbite dall'intestino e non ancora completamente digerite, dei reticoli complessi, quasi dei veri e propri "grumi", che vengono filtrati e trattenuti da alcuni organi e che generano una attivazione a cascata di reazioni infiammatorie di forte impatto sull'intero organismo.
Il malassorbimento intestinale, l'infiammazione da cibo e la "leaky gut syndrome" (situazione in cui la permeabilità intestinale è aumentata) sono tutte situazioni che facilitano la comparsa di malattie autoimmuni. Basti pensare per esempio alle strette relazioni tra tiroidite e Gluten sensitivity. Come ha descritto Fasano (1), l'aumentata permeabilità intestinale è la possibile causa di molte malattie autoimmuni e la completa digestione enzimatica della gliadina, ottenuta da proteasi prodotte dall'Aspergillo, è in grado di ridurre o annullare la risposta reattiva delle cellule T sensibli al glutine (2).
Quest'ultimo lavoro spiega perché la completa digestione della gliadina può ridurre la reazione che porta poi, nei soggetti predisposti, allo sviluppo della celiachia.
Quindi le reazioni autoimmuni sono spesso stimolate dalla presenza di un reticolo di proteine indigerite in cui gli autoanticorpi fanno da "legante", attivando l'azione del Complemento (dosabile nel sangue come C3 e C4) che viene consumato e si presenta in questi casi spesso ridotto. Il fatto che la grande maggioranza delle malattie autoimmuni, infiammatorie e allergiche tragga beneficio dall'utilizzazione a cicli ripetuti di enzimi digestivi fa capire che la cattiva digestione è una concausa importante di questi disturbi e tra le tante sicuramente una concausa facilmente risolvibile.
1) Fasano A. Clin Rev Allergy Immunol. 2012 Feb;42(1):71-8. doi: 10.1007/s12016-011-8291-x
2) Toft-Hansen H et al, Clin Immunol. 2014 Aug;153(2):323-31. doi: 10.1016/j.clim.2014.05.009. Epub 2014 Jun 3.
Attilio Speciani